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Approfondimenti

La passione per l'arte di Lorenzo Bonaldi

Tratto dal libro "Essere già oltre il domani" caratteri e dinamiche del successo imprenditoriale di Lorenzo Bonaldi

03 aprile 2018

Nella vita di un uomo, in particolare se lunga, vi sono priorità che solitamente coincidono con la vita quotidiana, la famiglia, la propria successione, il lavoro. Lorenzo Bonaldi, con Carla Comana, divenuta sua moglie nel 1946, ha sempre avuto ben chiari questi obiettivi, apparentemente semplici, perché tutto dipende da come li si vuole perseguire, in che tempi, con quale serenità, in quale misura.

L’arte per Lorenzo, con la condivisione di Carla, è stata un amore a prima vista, un elemento rasserenante nelle tensioni inevitabili che l’esistenza riserva, da considerare un rifugio del pensiero e dei sentimenti. Fu un interesse che ebbe un tempo dedicato e una linea di ricerca anch’essa molto precisa, che abbracciò un periodo considerevole, come qualsiasi cosa venisse intrapresa da Lorenzo Bonaldi.

L’arco di tempo di un’intera vita in cui la collezione è stata composta ha come risultato il grande numero di opere raccolte. Ciò che sorprende favorevolmente è la motivazione che ha spinto Lorenzo e Carla Bonaldi a concentrarsi sugli artisti operosi nel loro luogo di residenza, Bergamo e il suo hinterland: l’irrinunciabile piacere di poter parlare con gli artisti per avere da loro spiegazioni, sensazioni, emozioni delle quali aver conferma e memoria nelle opere acquistate, e in alcuni casi commissionate, per la collezione.
Un altro motivo è stato quello della comprovata autenticità dei dipinti e delle sculture, aspetto pratico che aderisce molto bene ai criteri di scelta di persone concrete.

I luoghi degli incontri sono stati in via privilegiata gli studi degli artisti. Con alcuni pittori Lorenzo Bonaldi riuscì a tessere relazioni che andarono oltre quelle di natura professionale, traducendosi in rapporti di amicizia. I ritorni d’interesse verso uno stesso artista sono stati momenti molto importanti dell’attività collezionistica della famiglia Bonaldi, caratterizzati dall’intento di accompagnare il cammino degli autori nei cambiamenti, nei progressi e talvolta anche nelle sconfitte. Il pittore Mario Signori, che viene ricordato anche dai discendenti Bonaldi come una presenza famigliare, è certamente un esempio significativo, dimostrato dal considerevole numero di quadri di cui la collezione si è arricchita nel tempo.

Alle relazioni con gli artisti si sono comunque affiancate le visite alle gallerie d’arte della città. Nel dopoguerra, superata l’emergenza della ricostruzione e dunque la necessità di sostenere ritmi di lavoro intensissimi, diverse gallerie aprirono coraggiosamente in una città che con l’arte ha sempre nutrito un rapporto privilegiato.
Lorenzo Bonaldi riservava a queste visite la mattina della domenica, secondo un rituale che apparteneva alle logiche di un sistema allora agli albori e che a Bergamo aveva una dimensione controllata e degnissima, perché, come d’altra parte è naturale che sia, il mercato cercava l’incontro con il collezionismo di una città operosa e interessata, e viceversa.

Ci si può domandare perché Lorenzo Bonaldi non si spingesse nella vicina Milano, dove l’offerta artistica si presentava ricca e articolata. La risposta è molto semplice: Bergamo fu in grado, tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, di proporre, per chi sapesse coglierle, iniziative culturali di profilo nazionale e internazionale ma in un clima più raccolto, di immediata accessibilità, informato e protettivo della realtà del luogo. Tra i protagonisti di questa rinascita ricordiamo Nino Zucchelli, promotore culturale che spaziò tra arte, architettura, editoria, cinema; tra le gallerie d’arte la Lorenzelli diretta dal capace capostipite Bruno, che proponeva artisti di alto profilo; così come in ambito teatrale il Donizetti offriva proposte d’avanguardia con il Teatro delle Novità.

Lorenzo e Carla Bonaldi hanno goduto pienamente di queste opportunità contribuendo alla crescita di questa realtà, perché, se esiste una situazione aggiornata, l’educazione di una collettività è il passaggio indispensabile alla crescita culturale dell’intero assetto sociale.
L’interesse e il sostegno dato ai giovani sono stati elementi trainanti della pratica collezionistica di Lorenzo e Carla Bonaldi. Lo sbocco naturale di queste propensioni culturali è stata l’istituzione di un premio destinato ai giovani promosso dall’istituzione cittadina dedicata alla valorizzazione e alla promozione dell’arte contemporanea e intitolato per volere della famiglia al capostipite: il Premio Lorenzo Bonaldi per l’Arte – EnterPrize ideato dalla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, museo sostenuto dalla famiglia Bonaldi sin dai suoi primi passi. Il premio prese avvio subito dopo la scomparsa di Lorenzo e venne intitolato alla sua memoria da Carla e dai figli.
Lorenzo rivolse uno sguardo non nostalgico al passato attraverso alcune ragionate incursioni nella scultura, secondo un percorso molto selezionato, da Francesco Spanghero a Costante Coter, ad Elia Ajolfi. In pittura, salvo rari casi riferiti all’Ottocento lombardo, come Silvio Poma, Lorenzo Bonaldi privilegiò nell’arco della sua vita collezionare la pittura del Novecento, secolo che visse in pienezza, con partecipazione e una precisa attenzione dedicata agli artisti della sua generazione.

Lorenzo e Carla amavano ricordare che il primo acquisto, per innamoramento, fu un quadro di Angiolo AlebardiIl pino – in cui la natura allo stato puro, rappresentata da un monumentale albero di montagna, s’impone in un pezzo di bravura di questo dotato pittore, evocatore di atmosfere talvolta languide, capaci di conquistare lo sguardo.

Anche i figli di Carla e Lorenzo, per averlo da sempre sentito raccontare in casa, sono consapevoli che quest’opera rappresenti l’inizio di un’avventura disseminata di sorprese, scoperte, intensamente coinvolgenti l’intera famiglia. La convinzione che l’arte riesca a incidere in profondità nella vita di chi ad essa si appassioni, porta molto spesso alla sua pratica quotidiana, attraverso i dipinti che popolano l’orizzonte quotidiano, sia esso rappresentato dalla casa di abitazione, che dai luoghi del lavoro.

Quest’attitudine, vissuta con spontaneità, diviene una sorta di esercizio delle emozioni che aiuta ad affrontare l’esistenza con uno spirito arricchito, che considera la cultura un giardino da coltivare con estrema cura, capace di migliorare la qualità della vita. Il paziente e progressivo interesse per la cultura pittorica espressa dalla città di Bergamo si articola attraverso un percorso di conoscenza sistematico, un giorno dopo l’altro, trovando il suo centro negli anni Sessanta e Settanta del ’900.

La sequenza convocata a illustrare la collezione inizia con due paesaggi al fare della sera che per poesia d’immagine sono tra le più commoventi: un’incantata veduta del Tonale di Romeo Bonomelli (1871-1943) e una serena veduta alpina di Vanni Rossi (1894-1973). Le atmosfere, create dal primo nella celebre serie di acqueforti con vedute della città di Bergamo, rimangono esemplari per un’impareggiabile sensibilità luministica, guadagnata grazie all’osservazione dei maestri dell’Ottocento come Giovanni Segantini e Gaetano Previati. Il piccolo paesaggio innevato della collezione Bonaldi, estremamente raffinato nelle scelte coloristiche, risolve in una vena intima gli umori del volgere del giorno che d’inverno si placano nel silenzio della montagna. Il secondo dipinto di Vanni Rossi nell’equilibratissima composizione introduce alla quieta serenità della dimensione alpina dai paesaggi rarefatti, in cui la presenza dell’uomo deve essere oltremodo discreta per non turbare gli equilibri della natura. Anche in quest’opera sensibili sono i valori della luce che all’imbrunire redimono ogni cosa.

Diversi dalle prove di questi due artisti che esprimono delicatezza ed emotività, sono i paesaggi di Giovanni Marini (1887-1973), Festa notturna, e di Ermenegildo Agazzi (1886-1945), Val Gardena. La dimensione fantastica del primo capace di inscenare atmosfere incantate e misteriose sul nobile sfondo della città storica che Bergamo può vantare tra le sue meraviglie, fa ritorno alla realtà con le maestose montagne del più capace degli Agazzi, Ermenegildo, che nel fare tesoro della lezione di Cesare Tallone, illumina di una luce naturale il paesaggio di uno dei panorami montani più ammirati d’Italia, quello gardesano.

La vita è fatta di ricordi e i più duraturi sono quelli che godono della semplicità dei sentimenti annidati nelle emozioni dell’infanzia: cose che stupiscono, che fanno sorridere da bambini presuppongono un’innocenza che l’età adulta non riesce a conservare: i due adolescenti che Natale Morzenti (1885-1947) immortala alla finestra rispecchiano uno stato di grazia che ognuno di noi, anche se non ricorda, sa di avere vissuto.
Un cielo di montagna velato da soffici nubi fa da sfondo alla monumentale conifera protagonista del dipinto di Angiolo Alebardi (1883-1969), come si è detto all’origine della collezione, brano di pittura che conquista per la semplicità che solo la natura sa testimoniare.

Nei primi decenni del ’900 hanno esercitato un fascino d’eccezione sugli artisti i paesaggi e gli usi delle popolazioni del Nord Africa. Chi vi si era recato, in taluni casi anche più d’una volta, aveva fatto propria la suggestione di scenari inediti per uno sguardo europeo, traducendoli in una pittura di grande effetto che ha incontrato il gusto di acuti intenditori. L’Africa di Luigi Brignoli (1881-1952) descrive un centro abitato attraverso una pittura rapida, dal colorismo prezioso, magistrale nella resa del rapporto luce-ombra. Al più celebre esponente della famiglia artistica dei Locatelli, Romualdo (1904-1943), figura leggendaria anche per la misteriosa scomparsa avvenuta nelle Filippine all’età di trentotto anni, appartiene la grande tela che fotografa un gruppo di africani in riposo. Gli Indolenti esprimono, al di là del titolo, una esuberante energia affidata al vigore della pittura. Il taglio della scena che comprime le figure in uno spazio ribassato, il rapporto sorvegliatissimo e ritmato tra i bianchi e i neri, gli impasti smaglianti e corposi, sono gli elementi costituivi di un’opera che non teme la prova impegnativa del grande formato.

Un Paesaggio fluviale verdeggiante ci riporta dolcemente alle atmosfere del mondo occidentale: Giorgio Oprandi (1883-1962), anch’egli fine orientalista, esplora con lo sguardo il largo corso di un fiume sul fare della sera. L’azzurro dell’acqua e il verde della vegetazione che lo costeggia si fondono in un “a solo” di rara bellezza. La maestria è quella di un pittore di alta caratura. Grande viaggiatore, Oprandi alternerà la permanenza in Italia con frequenti soggiorni in Africa e in Francia, che anche per tutta la prima metà del ’900 è da considerare la capitale della pittura europea.

La curatissima residenza della famiglia Bonaldi di via Manzoni a Bergamo riservava alla collezione studiati allestimenti: alle pareti di ciascun ambiente si potevano ammirare i dipinti prediletti. Tra questi la Natura morta di Vincenzo Ghirardelli (1894-1967), costituisce nel percorso di questo buon pittore, vocato a uno schietto realismo, un unicum per l’inconsueto accento metafisico: un’alzata ricolma di frutta si staglia su un fondale nero, trovando un perfetto equilibrio compositivo con altri frutti coloratissimi, disposti su un piano d’appoggio. Uno dei caratteri distintivi del collezionista è quello di aver saputo scegliere con infallibile precisione.

La propensione verso la pittura moderna fa da sfondo alla selezione dei pittori che si manifestano artisticamente tra le due guerre, per poi sviluppare una coerentissima attività lungo gli anni Cinquanta e Sessanta.
Personalità come quelle di Giuseppe Luzzana (1891-1961), ammiratore del maestro francese Paul Cézanne, come del resto Alberto Vitali (1898-1974), tra i pittori più dotati del panorama cittadino, splendono nella collezione, l’uno con una veduta di Bergamo (Piazza Pontida) e una natura morta (Piccioni), l’altro con un Paesaggio, che ritrae con sensibilità tutta moderna gli incantati scenari del circondario collinare di Bergamo, guidato da una poetica personalissima, senza alcuna nostalgia del passato.

In linea con questa visione colta, aperta alla cultura internazionale – siamo di fronte ad artisti che pur vivendo in una città di provincia, sono assidui lettori, visitatori di musei, informati su quanto sta accadendo nel panorama europeo – è la personalità di Sandro Pinetti (1904-1988), la cui pittura, nuova anche per l’originalità dei soggetti rappresentati, apre Bergamo a nuovi orizzonti.

Una specificità della raccolta Bonaldi è rappresentata dalla sintonia di Lorenzo con i pittori della sua generazione. I nati tra il primo e il secondo decennio del ’900 sono pittori che vivono pienamente il proprio tempo e raggiungono la maturità quando il collezionista ha potuto sviluppare una ricca esperienza personale. Sono le personalità di Ernesto Quarti Marchiò (1907-1982), Luigi Scarpanti (1905-1982), Roberto Algisi (1913-1978), Raffaello Locatelli (1915-1984), Mario Cornali (1915-2011), a familiarizzare con Lorenzo. In particolare Cornali, dotato di grande umanità e di onesto sentire, ebbe una particolare sintonia con la moglie di Lorenzo, Carla, che gli affidò il decoro della vetrata della cappella di famiglia nel Cimitero monumentale di Bergamo.
La raccolta dispone di diverse opere di Trento Longaretti (1916), apprezzato artista che ha diretto l’Accademia Carrara di Belle Arti dal 1953 al 1978. Tra queste spicca per qualità il malinconico Giocoliere con pappagallo del 1956, un tributo al genio di Picasso, nello stile che precede la sua avventura cubista, personale manifesto longarettiano di una pittura che non aderisce all’innamoramento post cubista di molta pittura del dopoguerra, per scegliere una modernità che attinge al classico facendo giocare al colore un ruolo estetico decisivo.

Con un altro artista della sua generazione, Lorenzo Bonaldi tesse un rapporto di piena consonanza: Giuseppe Milesi (1915-2001). Pittore colto e appassionato, le sue opere di grande formato non temono di invecchiare e si affermano oggi nella loro dirompente energia. Silenzio nel bosco rimane insuperata prova in cui un segno dinamico e sensibilissimo, un colore acceso e luminoso si sposano in una perfetta dimensione estetica.

Conferma la capacità di scelta di Lorenzo e Carla Bonaldi il dipinto Interno con figura di Orfeo Locatelli, vincitore del Premio Dalmine nel 1953: essenziale ed elegante, il dipinto inquadra la scena con pochi tratti lasciando al colore, sulle tonalità del grigio e del bruno, il ruolo di amalgamare e fare sintesi visiva.
In un periodo in cui l’attività artistica era rara prerogativa femminile, vi fu una pittrice di talento in grado di affermarsi tra Bergamo e Milano. Di Tilde Poli (1924-2006) Lorenzo e Carla Bonaldi, grazie anche alla consuetudine dei rapporti di natura familiare, valorizzarono l’aggiornata e sensibile ricerca pittorica che produsse opere astratte venate da un personale lirismo.

Si accennava in premessa all’intenso legame del collezionista con una promessa della pittura cittadina, Mario Signori (1929). Lorenzo Bonaldi divenne infatti per un certo periodo suo esclusivo committente. Un percorso suggestivo che dalla figuratività dei paesaggi della Bretagna, illuminati da una luce tersa, giunse a praticare con altrettanta maestria il linguaggio informale, per avventurarsi infine verso una pittura astratta, nella quale la materia, generosa e ricca, si manifesta in tutta la sua esuberanza. La predilezione per il colore nero caratterizza le opere più riuscite, identificate da una pittura densa, profonda, di un fascino particolare. Sono decine le opere di Signori collezionate da Lorenzo Bonaldi, che accolse il pittore nella sua casa come uno di famiglia, e così lo ricorda anche la sua discendenza.

Si diceva della rara ma selezionata presenza nella raccolta di opere di scultura: tra le personalità più interessanti vi è certamente Costante Coter che trasmise ai figli Ernesto (1936) e Francesco (1937) un duraturo interesse per l’arte e più in generale per la cultura. L’esordio dei fratelli Coter avviene nell’ambito della pittura, documentato nella raccolta da due sensibili paesaggi, per proseguire in un sodalizio che metterà in discussione in modo ironico e intransigente i linguaggi tradizionali, per approdare infine a esperienze tra loro affatto diverse e originali.

Di Mario Donizetti (1932), maestro di realismo, la collezione conta ben dieci opere che abbracciano diversi luoghi della sua poetica, dal ritratto, al paesaggio, alla natura morta. Inutile tentare di iscrivere l’artista in una delle tendenze artistiche della seconda metà del ’900: Donizetti ha uno stile proprio che si distingue per finezza esecutiva e per qualità di disegno. Il Ritratto d’uomo in rosso della collezione Bonaldi bene sintetizza queste doti che si appellano ad una approfondita esperienza, visiva e tecnica, sull’arte del passato, riuscendo tuttavia ad approdare a un linguaggio moderno. La relazione tra Lorenzo Bonaldi e Mario Donizetti nacque nel solco dell’arte, per arricchirsi nel corso degli anni in un legame di sincera amicizia.

La generazione nata a cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta esprime a Bergamo tre artisti certamente capaci: Mario Benedetti (1938), Attilio Steffanoni (1938), Gianriccardo Piccoli (1941). Diversi per formazione e per tracciato artistico, essi declinano in modo personale la stagione artistica dagli anni Sessanta in poi. Con sensibilità Lorenzo Bonaldi si dimostra ancora una volta aperto alle novità, esplorando con rinnovato interesse l’arte più recente. A Mario Benedetti appartengono quindici dipinti della collezione, che documentano con precisione il percorso dell’artista. Dopo un’intensa esperienza culturale e umana in Brasile, Benedetti alla fine degli anni Sessanta si trasferirà a Bergamo, eletta sua città di residenza.

L’attività didattica condotta con continuità a Milano, nel tenerlo aggiornato sul vivace clima artistico del capoluogo lombardo, lo porta a confronti costruttivi con i giovani allievi in una fruttuosa logica di scambio tra generazioni. Da immagini che tengono conto del realismo pop, il linguaggio di Benedetti diviene via via aniconico sino ad individuare un proprio stile che saprà esprimersi con sempre maggiore autorevolezza anche nell’ambito dell’incisione.

A lui Lorenzo e Carla affidano il decoro della piccola chiesa della residenza di campagna dove l’artista realizzerà un’insolita e molto suggestiva deposizione sullo sfondo dell’abside. La residenza – nel cuore di una tenuta agricola all’interno del Parco dei colli, che negli anni ha continuato a migliorare gli standard di qualità giungendo a una produzione vinicola di profilo nazionale – era luogo dove la collezione, che la casa di via Manzoni non riusciva più a contenere, trovava degna collocazione.

Attilio Steffanoni compie un percorso inverso rispetto a Mario Benedetti, maturando la propria autonomia artistica a partire dall’incisione, nell’esercizio della quale riscuote i primi successi nazionali. La precoce padronanza raggiunta in questa tecnica non isolerà la sua esperienza, arricchita dalla pratica parallela della pittura. Nella collezione di Lorenzo Bonaldi è documentato il passaggio dalla fase informale all’approdo figurativo, che nel raffinato interno Angolo dello studio trova un punto di equilibrio compositivo e cromatico che fa tesoro di uno sguardo esercitato sulla pittura europea, ma insieme capace di autonomia d’espressione.

Chiude la terna un pittore altrettanto colto, Gianriccardo Piccoli, dotato di un’articolata cultura d’immagine, derivata dalla formazione nel capoluogo lombardo e da una spiccata curiosità intellettuale. Nel percorso di Piccoli il disegno assume sin dagli esordi un ruolo importante, carico di memoria, evocatore di atmosfere profonde, più che dedito alla descrizione. In pittura il grande formato non rappresenta per l’artista un ostacolo, come denota il monumentale dipinto Grande croce della collezione Bonaldi: la semplicità della struttura ordina la composizione, giocata su tonalità scure – nere, grigie, verdi – ravvivate da bagliori di colore e da chiare zone di luce. Il sorvegliato equilibrio tra questi valori, armonizzati da una materia pittorica ricca e succosa, mette in luce le indiscutibili capacità di questo dotato artista.

In più di sessant’anni di collezionismo Lorenzo Bonaldi, che ha costituito una monumentale raccolta di oltre cinquecento opere, è dunque riuscito a comporre, grazie a scelte oculate, dettate dal piacere e dalla conoscenza via via più approfondita del campo da esplorare, il quadro nobile dell’esperienza artistica della città di Bergamo nel Novecento, che gli artisti scelti esprimono con ricchezza e sensibilità, vero e proprio tesoro culturale di un’intera comunità.

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